Sabato 31 maggio in piazza per la libertà delle donne migranti!

 

Senza titolo 2

Secondo il nuovo «accordo di integrazione» che devono firmare per dimostrare di avere accettato le regole della società italiana, i migranti sono tenuti a dimostrare di rispettare la libertà delle donne. Questa libertà, però, non è così importante per la legge Bossi-Fini e per gli integratissimi legislatori italiani. Le donne migranti che sono in Italia per ricongiungimento familiare dipendono infatti dal permesso di soggiorno dei mariti. Questo non significa solo che sono legate al loro destino precario, soprattutto in tempo di crisi, ma anche che spesso il permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare diventa nelle mani dei mariti uno strumento di potere, rafforza il patriarcato nelle case ed espone le donne alla violenza domestica e al ricatto.

Nemmeno l’applicazione della legge Bossi-Fini ai casi particolari da parte delle Questure è favorevole alle donne e alla loro libertà. Siamo infatti venute a conoscenza di alcuni casi in cui la Questura di Bologna ha negato il rinnovo del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare ad alcune donne migranti il cui marito o convivente non ha un reddito sufficiente a garantirlo, pur essendo titolare di una carta di soggiorno. Anche in questo caso la Questura di Bologna ha interpretato la legge in modo restrittivo, perché sia le direttive europee sia le normative nazionali insistono sull’importanza di tutelare l’unità familiare e di procedere di volta in volta a una valutazione, piuttosto che applicare automaticamente le misure più restrittive. Oppure la Questura di Bologna ha una strana idea di unità familiare, visto che ha negato il rinnovo dei permessi per ricongiungimento anche in presenza di uno o più figli. D’altra parte, le direttive europee stabiliscono che il ricongiungimento familiare è un diritto fondamentale universalmente riconosciuto e non condizionato da vincoli di reddito. La pratica però, specie con la crisi, è quella di ridurre i costi sociali rappresentati dai migranti: meglio espellere chi non lavora piuttosto che elargire le briciole del welfare. In questo caso, quindi, meglio espellere le donne a carico. Queste politiche restrittive, perciò, cercano di realizzare una divisione strategica dei nuclei familiari, che mira a compensare alcuni effetti della crisi affidando la riproduzione familiare alle donne, rimandate però nei paesi di partenza insieme a figli nati o cresciuti in Italia.

Negando il rinnovo del permesso per ricongiungimento familiare la Questura di Bologna dimostra di interpretare nella maniera più restrittiva la legge Bossi-Fini, scaricando il peso della crisi sulle spalle delle donne migranti. Il diritto all’unità della famiglia è rispettato soltanto quando si tratta di consegnare una posizione di potere reale o simbolica al marito titolare del permesso; quando in gioco è la possibilità delle donne di perseguire il progetto di una vita migliore per sé e per i propri figli, quel diritto non vale nulla. Anche per questo Migranda sarà in piazza con il Coordinamento Migranti il 31 maggio per dire no alla legge Bossi-Fini e alla sua interpretazione restrittiva da parte della Questura di Bologna e per la libertà delle donne.

Sabato 31 maggio ore 10.30 presidio dei/delle migranti di fronte alla Prefettura di Bologna

CHE COSA FA LA QUESTURA CON IL TUO PERMESSO DI SOGGIORNO?

 PRESIDIO DEI/DELLE MIGRANTI DAVANTI LA PREFETTURA DI BOLOGNA

 SABATO 31 MAGGIO, ORE 10.30 VIA IV NOVEMBRE 24

18 maggio: la manifestazione contro CIE e Bossi-Fini passa davanti alla Prefettura

 Da molti mesi, lavoratori e lavoratrici migranti hanno ripreso a lottare: hanno scioperato nella logistica, hanno preso parola in diverse assemblee a Bologna e provincia, sono scesi in piazza in migliaia lo scorso primo marzo per dire Basta sfruttamento e No al ricatto del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. All’interno dei giorni di azione #mayofsolidarity promossi dal coordinamento europeo Blockupy, domenica 18 maggio hanno sfilato insieme a precari e studenti italiani per il centro di Bologna per dire No CIE, No CARA, né qui né altrove. Durante la manifestazione diverse voci hanno rotto l’assordante silenzio del nuovo governo che non solo continua a tacere sulla legge Bossi-Fini e sulla cittadinanza, ma anche sul permesso di soggiorno a punti per i migranti che sono entrati in Italia dopo marzo 2012. I/le migranti hanno inoltre denunciato la responsabilità di Prefettura e Questura cittadine nella gestione della legge, annunciando una nuova mobilitazione: saremo di nuovo in piazza, il 31 maggio, contro il modo discrezionale con cui Prefettura e Questura gestiscono il rinnovo dei permessi, la concessione dei permessi CE e delle carte di soggiorno, le pratiche della cittadinanza.

NON ACCETTIAMO CHE LA QUESTURA IN MODO ILLEGITTIMO:

  • controlli l’estratto conto dei contributi INPS e neghi il rinnovo del permesso nel caso in cui il datore di lavoro non li abbia versati;
  • continui a rilasciare un permesso per attesa occupazione di solo 6 mesi quando la legge prevede che non sia inferiore a un anno;
  • non rispetti il termine di 60 giorni per rinnovare un permesso e che il permesso rinnovato parta dalla data di presentazione della domanda di rinnovo;
  • non rilasci i permessi a tutti coloro che hanno partecipato all’ultima sanatoria;
  • non rispetti il termine di 730 giorni per la chiusura delle pratiche per ottenere la cittadinanza.

SCARICA E DIFFONDI I VOLANTINI IN FORMATO PDF

Coordinamento Migranti, SIM-Scuola d’italiano con migranti Xm24, Sportello medico-legale Xm24, ALMI-Associazione lavoratori marocchini in Italia, Associazione senegalese Cheikh Anta Diop, Comunità pakistana Bologna.

Per info e adesioni: coo.migra.bo@gmail.com / 3275782056

 


Che cosa si muove dietro alle statistiche?

Come si legge nell’ultimo bilancio sociale dell’Inps del 2012, anche il lavoro domestico pare aver risentito della crisi: nel 2012 sono diminuiti dell’1,7% (- 12.077 unità rispetto al 2011) le lavoratrici e i (pochi) lavoratori domestici iscritti all’Inps. Questo dato, come abbiamo già segnalato, può essere in parte una conseguenza dell’introduzione dei voucher: si tratta di buoni da 10 euro per ogni ora di lavoro che vengono direttamente versati su una carta di credito ricaricabile e che includono 2,50 euro di contributi, cosa che decurta il salario del 25%. Non è quindi da escludere che, in tempi di crisi, le lavoratrici domestiche preferiscano lavorare in nero e quindi percepire un salario maggiore piuttosto che investirne una parte considerevole in contributi che molto probabilmente non ritorneranno mai sotto forma di pensioni. Questo è ancor più vero nel caso delle lavoratrici migranti, che sono ancora la stragrande maggioranza di chi presta servizio nelle case.

Questa lettura è avvalorata dallo scorporo dei dati sulla variazione dei lavoratori domestici iscritti all’Inps: la componente italiana è cresciuta dell’1,2% mentre quella straniera si è ridotta del 2,2%. Ciò non significa soltanto che la crisi ha iniziato a produrre una parziale e limitata riconfigurazione dei rapporti di lavoro a favore degli italiani e a sfavore dei migranti, ma indica anche che l’espulsione delle donne da altre attività produttive ha determinato un «ritorno» al lavoro domestico salariato da cui le donne italiane erano riuscite a liberarsi proprio grazie alla messa al lavoro delle donne migranti.

Tuttavia, sono ancora le donne migranti, che costano meno e sono più ricattabili, a svolgere la maggior parte del lavoro domestico e di cura salariato. Si tratta infatti del 89,3% sul totale dei migranti (76,7%) impiegati in questo settore. I dati sul lavoro maschile parlano altrettanto chiaro: la riduzione dei lavoratori domestici maschi iscritti all’Inps è di molto superiore a quella delle donne (-6,7% contro -1,1%). Se in parte ciò ha senz’altro a che fare con gli effetti post-sanatoria, tenendo presente che i contratti di lavoro domestico sono uno degli strumenti più facili oppure obbligati per regolarizzarsi ma vengono abbandonati una volta ottenuto il permesso, è altrettanto possibile sostenere che la crisi non sembra scalfire le rigide leggi della divisione sessuale del lavoro.

Tra i dati è interessante notare che nel 2012 la somma di contributi versati nel settore del lavoro domestico è stata di 1.061 milioni di euro. Il 42% della forza lavoro migrante proviene da Romania, Ucraina e Filippine e sono in aumento le statistiche che riguardano le lavoratrici con un’età anagrafica maggiore: la classe di età più numerosa è quella tra i 40 e 49 anni mentre la classe di età sopra i 50 anni è persino aumentata dal 2010 del 7,8 % insieme alla classe di età dai 60 anni in su, in aumento del 5,8 %. Al contrario, la forza lavoro tra i 20 e i 29 anni sta diminuendo al pari di quella dai 30 ai 39.

Sembra dunque che stia avvenendo un parziale ricambio generazionale nel lavoro domestico. Infatti, da queste statistiche si evince che le donne giovani impiegate nel settore domestico stanno diminuendo mentre dai 40 anni in su il loro destino, legato probabilmente alla famiglia e alla perdita del lavoro dei mariti nel paese di provenienza, resta obbligato. A quell’età anche per le donne italiane trovare lavoro fuori dall’ambito domestico è quasi impossibile. È possibile invece che le più giovani stiano prendendo un’altra strada rispetto alla generazione precedente e cerchino strategie alternative per sottrarsi al lavoro domestico permanente e a tempo pieno.

Infine, le lavoratrici domestiche sono state le maggiori beneficiarie dell’assegno al nucleo familiare, anche se le domande presentate sono diminuite del 28,6 % e quelle andate in porto hanno subito un calo ancora maggiore. Il lavoro di cura resta perciò tra i peggio retribuiti, sebbene costituisca sia la principale o unica forma di reddito per molti nuclei familiari sia, per chi ne ha bisogno e se ne serve, una parte fondamentale del nuovo welfare monetizzato. Mentre diventa sempre più indispensabile, il lavoro di cura continua a essere per molte donne una strada obbligata e segregante dalla quale, tuttavia, le giovani sembrano cominciare a deviare.


Contribuiamo a cosa? L’INPS promette futuro, ma ruba il presente di migranti e precari // 16 dicembre

 

 

logo_inpsLunedì 16 dicembre il Coordinamento Migranti sarà davanti all’INPS di Bologna (via Gramsci 6) per chiedere ragione del perverso funzionamento di un sistema previdenziale che toglie sempre più salario dalle buste paga. A cosa contribuiamo se la precarietà significa per tutti – migranti e italiani – che le pensioni sono una promessa senza futuro? Per che cosa versiamo i contributi se la legge Bossi-Fini impedisce di ritirarli quando si perde il permesso di soggiorno o si decide di lasciare l’Italia? I migranti devono combattere contro il ricatto del permesso di soggiorno, la discrezionalità amministrativa degli Uffici Stranieri e gli accordi bilaterali tra governi per ottenere la pensione. Migranti e precari devono lottare insieme per un futuro che viene promesso mentre si ruba il presente. A cosa devono contribuire?

 

Oltre al danno, c’è la beffa: anche se i contributi sono sottratti direttamente dalla busta paga, molto spesso i padroni non li versano, oppure lo fanno in ritardo. Come se non bastasse, quando anche i contributi siano stati versati, l’INPS li registra spesso con notevole ritardo. Se i contributi sono versati e registrati in modo irregolare, le indennità per congedi e malattia, e anche il versamento della Cassa integrazione, diventano irregolari, incerti: una promessa senza futuro.

 

Ne sanno qualcosa i lavoratori migranti della Granarolo che saranno con noi davanti all’INPS: mentre l’accordo firmato con la Prefettura per il reintegro al lavoro è ancora carta straccia, la maggior parte di loro sta ancora aspettando il pagamento della Cassa integrazione. Ne sanno qualcosa tutti i lavoratori, migranti e precari: quelli che lavorano nelle cooperative di facchinaggio, di servizi sociali, educativi e sanitari; quelli del commercio, persino quelli che lavorano in vari modi nel pubblico impiego.

 

Coordinamento MigrantiPer i migranti, però, c’è un problema in più: invece di controllare i datori di lavoro, Questura e Ufficio Stranieri (non solo di Bologna) verificano tramite l’INPS se i contributi siano stati versati e registrati regolarmente e, quando non lo sono, bloccano il rinnovo del permesso e la concessione della carta di soggiorno. Il Coordinamento Migranti ha denunciato questa situazione un anno fa e ora una sentenza del TAR Lombardia stabilisce che, se i contributi sono irregolari, la responsabilità non può ricadere sui lavoratori migranti.

 

Anche per questo, lunedì 16 dicembre Il Coordinamento Migranti sarà davanti all’INPS. Manderemo un messaggio forte e chiaro alla Questura e all’INPS: non accetteremo che la situazione contributiva sia usata per rifiutare i permessi di soggiorno e “liberarsi” così di quei migranti che, in tempo di crisi, non servono più!

 

Coordinamento Migranti


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