Viviamo, impariamo e combattiamo. Le donne di Kobane sul fronte delle contraddizioni

di PAOLA RUDAN

Le donne di Kobane2In una recente intervista dal fronte realizzata dalla reporter australiana Tara Brown, una donna combattente curda delle YPJ (Unità di protezione delle Donne) ha dichiarato che lo Stato Islamico è un nemico dell’umanità. Per lei e per le donne della sua brigata Kobane è il confine globale che separa la civiltà dalla barbarie. C’è qualcosa di spiazzante in queste parole perché sono le stesse che, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, hanno preteso di giustificare una guerra combattuta senza frontiere, dall’Afghanistan all’Iraq alle periferie delle città americane ed europee, in nome della «duratura libertà» di un Occidente minacciato dal terrorismo globale. Ma è altrettanto spiazzante il radicale cambiamento di prospettiva che impongono il contesto e la posizione di chi parla: se ci muoviamo dalle stanze blindate del Pentagono a una terra di passaggio in Medioriente non abbiamo più davanti un manipolo di uomini che pretende di guidare una guerra giusta per la libertà – anche quella delle donne oppresse dall’integralismo talebano –, ma donne protette soltanto da sottili muri di pietra e dalle proprie armi che combattono per liberare se stesse. Quest’osservazione, però, non basta a quietare il senso di spiazzamento. È davvero sufficiente che sia una donna a pronunciare quelle parole per cambiare il loro significato, per rovesciare un discorso che ha veicolato gerarchie e oppressione e per trasformarlo in una canzone per la libertà? Il fatto che siano le donne a imbracciare le armi è sufficiente a farci rinunciare al pacifismo che abbiamo sostenuto di fronte all’invasione statunitense dell’Afghanistan, a farci riconoscere le ragioni della guerra? [Continua]


Mos Maiorum: antichi costumi e nuove libertà

di COORDINAMENTO MIGRANTI

Mos MaiorumA inaugurare il semestre di presidenza europea, l’Italia, dopo Mare Nostrum, si mette alla guida di una nuova operazione che dovrebbe rispondere al problema dell’immigrazione clandestina in Italia e in Europa. Lo fa di nuovo con un altisonante nome in latino, Mos Maiorum, che richiama il rigore della tradizione romana e gli antichi costumi di chi vorrebbe gestire le migrazioni come un fastidioso problema di ordine pubblico. Ecco allora l’Unione Europea mettere in campo una vasta operazione di polizia il cui intento dichiarato sarebbe quello di «indebolire i gruppi della criminalità organizzata che facilitano l’immigrazione illegale» e, in secondo luogo, di mappare le rotte dei migranti e «quindi» il modo di agire della rete criminale che gestisce il traffico di persone sul territorio europeo.

Tra il 13 e il 26 ottobre i migranti saranno così al centro di una perquisizione generale ai confini, negli aeroporti e nelle stazioni e su tutto il territorio europeo. Come sia possibile indebolire i gruppi criminali o tracciare le rotte dei trafficanti attraverso un imponente controllo di polizia, 18 mila agenti in tutto, resta un mistero. Tanto più se a subire  questa vera e propria caccia all’uomo sarà chi lotta ogni giorno e subisce i soprusi delle stesse reti criminali, oltre che la violenza dei confini europei, muore in mare, paga cifre enormi, solo per scegliere come vivere. Resta sempre un mistero come sia possibile stanare i gruppi criminali, che fanno profitti sulla pelle dei migranti e sono gestiti anche da italiani, facendo compilare ai migranti stessi formulari in cui dovrebbero riportare non solo le informazioni sulla loro età, genere e nazionalità, ma anche il punto d’accesso e le modalità del loro viaggio, i documenti falsi utilizzati, e i trasporti clandestini di cui hanno usufruito. Di fronte alle fin troppo «misteriose» politiche europee i migranti sanno bene che con ciò saranno schedati e, anche se non espulsi immediatamente, saranno registrati come una minaccia e la loro permanenza gestita attraverso politiche di controllo e reclusione, di sfruttamento e paura. È l’ennesima presa in giro. Non solo per i migranti ma anche per coloro a cui questa operazione mediatica è rivolta.

Non si tratta della prima operazione di «accertamento», quasi ogni presidenza ne ha lanciata una con l’intento di registrare sommariamente la situazione dei migranti sul territorio e produrre di conseguenza politiche appropriate. Le scorse operazioni hanno portato alla luce il fatto che la maggior parte degli irregolari fanno richiesta di asilo solo dopo essere stati intercettati e questo è stato definito un «abuso del diritto d’asilo». A dimostrazione della totale inadeguatezza delle politiche europee sull’immigrazione, questo tipo di indagine, se così può essere chiamata, viene quindi nei fatti utilizzata politicamente per scoraggiare ulteriormente la richiesta d’asilo che già i migranti evitano perché – secondo il protocollo di Dublino II –  li costringe a restare nel paese in cui hanno fatto richiesta, limitando la loro libertà di movimento in modo permanente.

Sembra inoltre evidente che questa ricerca a tutto campo, sulla quale s’investe come se l’Unione Europea non avesse altri mezzi per scoprire le rotte dei trafficanti, non è che un inventario dei migranti irregolari sul territorio diretto a una gestione razzista della mobilità da parte delle istituzioni italiane ed europee, secondo gli «antichi costumi».

L’equazione tra migrazione e criminalità è davvero un antico costume, proprio un vecchio vizio della gestione delle migrazioni mondiali. Veniamo quotidianamente sottoposti a una politica amministrativa razzista, ai confini, nelle questure, nei Cie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. Noi sappiamo però che migrazione è coraggio e libertà e che per loro non c’è confine o frontiera che tenga.

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Sabato 31 maggio in piazza per la libertà delle donne migranti!

 

Senza titolo 2

Secondo il nuovo «accordo di integrazione» che devono firmare per dimostrare di avere accettato le regole della società italiana, i migranti sono tenuti a dimostrare di rispettare la libertà delle donne. Questa libertà, però, non è così importante per la legge Bossi-Fini e per gli integratissimi legislatori italiani. Le donne migranti che sono in Italia per ricongiungimento familiare dipendono infatti dal permesso di soggiorno dei mariti. Questo non significa solo che sono legate al loro destino precario, soprattutto in tempo di crisi, ma anche che spesso il permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare diventa nelle mani dei mariti uno strumento di potere, rafforza il patriarcato nelle case ed espone le donne alla violenza domestica e al ricatto.

Nemmeno l’applicazione della legge Bossi-Fini ai casi particolari da parte delle Questure è favorevole alle donne e alla loro libertà. Siamo infatti venute a conoscenza di alcuni casi in cui la Questura di Bologna ha negato il rinnovo del permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare ad alcune donne migranti il cui marito o convivente non ha un reddito sufficiente a garantirlo, pur essendo titolare di una carta di soggiorno. Anche in questo caso la Questura di Bologna ha interpretato la legge in modo restrittivo, perché sia le direttive europee sia le normative nazionali insistono sull’importanza di tutelare l’unità familiare e di procedere di volta in volta a una valutazione, piuttosto che applicare automaticamente le misure più restrittive. Oppure la Questura di Bologna ha una strana idea di unità familiare, visto che ha negato il rinnovo dei permessi per ricongiungimento anche in presenza di uno o più figli. D’altra parte, le direttive europee stabiliscono che il ricongiungimento familiare è un diritto fondamentale universalmente riconosciuto e non condizionato da vincoli di reddito. La pratica però, specie con la crisi, è quella di ridurre i costi sociali rappresentati dai migranti: meglio espellere chi non lavora piuttosto che elargire le briciole del welfare. In questo caso, quindi, meglio espellere le donne a carico. Queste politiche restrittive, perciò, cercano di realizzare una divisione strategica dei nuclei familiari, che mira a compensare alcuni effetti della crisi affidando la riproduzione familiare alle donne, rimandate però nei paesi di partenza insieme a figli nati o cresciuti in Italia.

Negando il rinnovo del permesso per ricongiungimento familiare la Questura di Bologna dimostra di interpretare nella maniera più restrittiva la legge Bossi-Fini, scaricando il peso della crisi sulle spalle delle donne migranti. Il diritto all’unità della famiglia è rispettato soltanto quando si tratta di consegnare una posizione di potere reale o simbolica al marito titolare del permesso; quando in gioco è la possibilità delle donne di perseguire il progetto di una vita migliore per sé e per i propri figli, quel diritto non vale nulla. Anche per questo Migranda sarà in piazza con il Coordinamento Migranti il 31 maggio per dire no alla legge Bossi-Fini e alla sua interpretazione restrittiva da parte della Questura di Bologna e per la libertà delle donne.

Sabato 31 maggio ore 10.30 presidio dei/delle migranti di fronte alla Prefettura di Bologna

CHE COSA FA LA QUESTURA CON IL TUO PERMESSO DI SOGGIORNO?

 PRESIDIO DEI/DELLE MIGRANTI DAVANTI LA PREFETTURA DI BOLOGNA

 SABATO 31 MAGGIO, ORE 10.30 VIA IV NOVEMBRE 24

18 maggio: la manifestazione contro CIE e Bossi-Fini passa davanti alla Prefettura

 Da molti mesi, lavoratori e lavoratrici migranti hanno ripreso a lottare: hanno scioperato nella logistica, hanno preso parola in diverse assemblee a Bologna e provincia, sono scesi in piazza in migliaia lo scorso primo marzo per dire Basta sfruttamento e No al ricatto del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. All’interno dei giorni di azione #mayofsolidarity promossi dal coordinamento europeo Blockupy, domenica 18 maggio hanno sfilato insieme a precari e studenti italiani per il centro di Bologna per dire No CIE, No CARA, né qui né altrove. Durante la manifestazione diverse voci hanno rotto l’assordante silenzio del nuovo governo che non solo continua a tacere sulla legge Bossi-Fini e sulla cittadinanza, ma anche sul permesso di soggiorno a punti per i migranti che sono entrati in Italia dopo marzo 2012. I/le migranti hanno inoltre denunciato la responsabilità di Prefettura e Questura cittadine nella gestione della legge, annunciando una nuova mobilitazione: saremo di nuovo in piazza, il 31 maggio, contro il modo discrezionale con cui Prefettura e Questura gestiscono il rinnovo dei permessi, la concessione dei permessi CE e delle carte di soggiorno, le pratiche della cittadinanza.

NON ACCETTIAMO CHE LA QUESTURA IN MODO ILLEGITTIMO:

  • controlli l’estratto conto dei contributi INPS e neghi il rinnovo del permesso nel caso in cui il datore di lavoro non li abbia versati;
  • continui a rilasciare un permesso per attesa occupazione di solo 6 mesi quando la legge prevede che non sia inferiore a un anno;
  • non rispetti il termine di 60 giorni per rinnovare un permesso e che il permesso rinnovato parta dalla data di presentazione della domanda di rinnovo;
  • non rilasci i permessi a tutti coloro che hanno partecipato all’ultima sanatoria;
  • non rispetti il termine di 730 giorni per la chiusura delle pratiche per ottenere la cittadinanza.

SCARICA E DIFFONDI I VOLANTINI IN FORMATO PDF

Coordinamento Migranti, SIM-Scuola d’italiano con migranti Xm24, Sportello medico-legale Xm24, ALMI-Associazione lavoratori marocchini in Italia, Associazione senegalese Cheikh Anta Diop, Comunità pakistana Bologna.

Per info e adesioni: coo.migra.bo@gmail.com / 3275782056

 


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