Uno sciopero al nero. Donne polacche, neoliberalismo europeo, patriarcato globale

sciopero-al-nero

Di ∫connessioni precarie

«Qualunque potere non usi tu stessa sarà usato contro di te». Sulla pagina facebook Black Protest International queste parole di Audre Lorde accompagnano le ragioni delle donne polacche che oggi, lunedì 3 ottobre, scioperano contro la legge sull’aborto attualmente in discussione nel parlamento del loro paese. Il significato della legge, che mira a eliminare anche le ultime eccezioni a una normativa già estremamente restrittiva, è chiaro: ciò che si discute nel parlamento polacco sono le condizioni politiche della subordinazione e dello sfruttamento di milioni di donne, il cui destino di «macchine da riproduzione» dovrebbe essere sancito per legge. Un nuovo e più rigido «Ordo iuris», per riprendere il nome del gruppo che ha promosso l’iniziativa legislativa, deve essere organizzato a partire dal comando istituzionalizzato sul corpo delle donne. La #blackprotest, perciò, va ben al di là della rivendicazione di un diritto individuale alla scelta: facendo dello sciopero lo strumento della loro protesta, le donne polacche ambiscono a far valere il potere che esercitano nella produzione e riproduzione contro un ordine che pretende di usare quel potere contro di loro.

Lo scontro in atto in Polonia supera i confini nazionali. È certamente vero che la proposta di legge è avanzata e sostenuta da un governo di destra, che sta sovvertendo ogni procedura democratica, e in un contesto peraltro segnato dall’oltranzismo cattolico. Ed è altrettanto vero che, come sta avvenendo anche con il migration compact, il governo polacco non perde l’occasione di accentuare il suo attrito con l’Unione Europea, il cui parlamento ha criticato la proposta di legge considerandola una violazione delle fondamentali garanzie di libertà. Tuttavia, anche questa politica nazionalistica e ultraconservatrice deve essere letta nella più vasta cornice delle politiche neoliberali poste in essere dall’Europa e dai suoi Stati. Come la libertà di muoversi, così anche la libertà di scegliere autonomamente sul proprio corpo va governata e, se necessario, repressa affinché sia funzionale agli imperativi della produzione e riproduzione sociale. Le donne polacche sono libere di accettare uno sfruttamento pari o più intenso rispetto a quello degli uomini, ma non sono libere di decidere su se stesse e sul proprio corpo né quindi di mettere in questione il dominio maschile. La maternità diventa così una coazione sociale restando al contempo una responsabilità completamente individuale, come dimostra la pesantissima pena che sarebbe comminata alle donne che abortiscono, nel caso in cui la legge fosse approvata. Come il Piano italiano per la fertilità – l’altra faccia dei ripetuti attacchi alla legge 194, che pure formalmente ancora garantisce il diritto di abortire – la legge polacca mira a neutralizzare gli effetti socialmente sovversivi del rifiuto della maternità come destino. Questo rifiuto le donne polacche lo hanno espresso in molti modi: non solo attraverso interruzioni ‘clandestine’ della gravidanza, praticate in Polonia nonostante le restrizioni imposte dalle normative statali oppure all’estero, ma anche attraverso la migrazione, che ha drasticamente trasformato le tradizionali forme patriarcali di organizzazione sociale, in primo luogo la famiglia, e che ha permesso alle donne di sottrarsi alla loro coazione. L’abolizione e penalizzazione dell’aborto che questa legge vuole introdurre mirano quindi a restringere questi spazi di libertà femminile. Ciò non significa evidentemente un «ritorno tra le mura domestiche» delle donne polacche, il cui lavoro continuerà a essere essenziale alla produzione di ricchezza almeno quanto il loro salario – e le loro rimesse, nel caso delle donne migranti – continuerà a sostenere la riproduzione delle loro famiglie. Il punto è semmai riaffermare la maternità come baluardo simbolico del dominio maschile e come fulcro della riproduzione dei ruoli e delle autorità di cui il neoliberalismo si alimenta. La dimensione di questo patriarcato neoliberale, assieme ai movimenti delle donne per sottrarsi alla sua presa, conferiscono a questa protesta un significato transnazionale, testimoniato dalla sua diffusione in decine di città europee: mentre le donne migranti provenienti dalla Polonia hanno la pretesa di far sentire la loro voce anche al di là dei confini, la #blackprotest riguarda la possibilità per tutte le donne, in ogni parte d’Europa, di rifiutare il comando neoliberale sul loro corpo.

In questo modo, lo sciopero diventa una pratica femminista in cui le donne esprimono un triplice potere, come donne, precarie e migranti, facendo valere politicamente la loro condizione specifica contro l’ordine globale del patriarcato neoliberale. Lo sciopero diventa una pratica femminista perché aspira a interrompere la produzione e riproduzione sociale a partire dal protagonismo di coloro che ne sono il pilastro. Oggi le donne polacche non andranno al lavoro, sfidando tutti i limiti imposti dalla legislazione sullo sciopero e dalla loro quotidiana precarietà: le insegnanti e le docenti universitarie sospenderanno le lezioni, le madri non porteranno i bambini a scuola per consentire alle maestre che non possono scioperare di non lavorare, le precarie chiederanno il permesso speciale per donare il sangue in modo da potersi astenere dal lavoro o prenderanno un giorno di ferie. L’importanza e la dimensione di massa della protesta – cominciata con una manifestazione dei 30mila donne a Varsavia nel mese di marzo – sono tali da aver obbligato alcune imprese a riorganizzare il lavoro affidando i turni di lunedì ai soli uomini, mentre il Teatro nazionale di Varsavia chiuderà i battenti e in quello Breslavia le cassiere saranno sostituite nelle loro mansioni dagli uomini. I limiti oggettivi alla partecipazione saranno superati dando a tutte le donne la possibilità di manifestare in modo simbolico, lavorando con un nastro nero – che richiama il colore scelto per contrassegnare questa lotta e la sua rabbia – o diffondendo sui social network immagini accompagnate dall’hashtag ormai globale #CzarnyProtest. Alla fine della giornata, in settanta città polacche sono organizzate manifestazioni di piazza per dare a questa mobilitazione di massa la sua massima visibilità. Non si tratta però soltanto di un’astensione dal lavoro produttivo: l’invito a interrompere ogni attività domestica e di cura, l’appello rivolto agli uomini a prendere parte a questa protesta facendo tutto ciò che è necessario per consentire alle donne di esserne protagoniste rompono il confine tra il pubblico e il privato e sovvertono la divisione sessuale del lavoro che lo sostiene.

Questo sciopero è uno sciopero sociale perché le donne che lo stanno mettendo in pratica rifiutano contemporaneamente la doppia subordinazione e lo sfruttamento che la produzione di ricchezza e la riproduzione della società impongono loro. Per questa ragione, lo sciopero delle donne polacche è uno sciopero politico: esso non difende le prerogative di una categoria, ma rompe gli assetti tradizionali dell’organizzazione sindacale del lavoro per far valere un rifiuto radicale della subordinazione e dello sfruttamento, come pure di ogni tentativo di criminalizzare quel rifiuto. Esso non sopprime la differenza specifica delle donne in un generico appello all’unità, ma la afferma e in questo modo punta al cuore dell’ordine neoliberale e delle politiche che lo sostengono. Anche per questo, lo sciopero chiama in causa gli uomini: anziché difendere il loro privilegio, se davvero vogliono rovesciare sfruttamento e oppressione dovrebbero riconoscere la natura patriarcale dell’ordine neoliberale di cui essi stessi sono agenti e quindi scegliere da che parte stare.

Oggi in Polonia le protagoniste dello sciopero sono le donne. Ed è in un certo senso ironico che un governo che sta sistematicamente respingendo profughi e migranti si trovi in casa una protesta che assume il modello della «giornata senza di noi» inaugurata dai migranti latini negli Stati Uniti. Attraverso lo sciopero, queste donne si stanno riprendendo il potere che vuole essere usato contro di loro e sfidano i confini fisici e simbolici che sostengono la loro subordinazione come donne, precarie e migranti. La valenza di questo sciopero non può risolversi in una giornata ma deve diventare parte di un progetto. Esso attraversa i confini, esprime un rifiuto di massa delle condizioni politiche che obbligano le donne alla subordinazione, ambisce a far valere il potere di una parte della società contro il suo ordine complessivo. Per tutto questo, lo sciopero delle donne polacche indica la direzione per ogni progetto di sciopero che abbia la pretesa di essere sociale e di sovvertire il presente.


Viviamo, impariamo e combattiamo. Le donne di Kobane sul fronte delle contraddizioni

di PAOLA RUDAN

Le donne di Kobane2In una recente intervista dal fronte realizzata dalla reporter australiana Tara Brown, una donna combattente curda delle YPJ (Unità di protezione delle Donne) ha dichiarato che lo Stato Islamico è un nemico dell’umanità. Per lei e per le donne della sua brigata Kobane è il confine globale che separa la civiltà dalla barbarie. C’è qualcosa di spiazzante in queste parole perché sono le stesse che, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, hanno preteso di giustificare una guerra combattuta senza frontiere, dall’Afghanistan all’Iraq alle periferie delle città americane ed europee, in nome della «duratura libertà» di un Occidente minacciato dal terrorismo globale. Ma è altrettanto spiazzante il radicale cambiamento di prospettiva che impongono il contesto e la posizione di chi parla: se ci muoviamo dalle stanze blindate del Pentagono a una terra di passaggio in Medioriente non abbiamo più davanti un manipolo di uomini che pretende di guidare una guerra giusta per la libertà – anche quella delle donne oppresse dall’integralismo talebano –, ma donne protette soltanto da sottili muri di pietra e dalle proprie armi che combattono per liberare se stesse. Quest’osservazione, però, non basta a quietare il senso di spiazzamento. È davvero sufficiente che sia una donna a pronunciare quelle parole per cambiare il loro significato, per rovesciare un discorso che ha veicolato gerarchie e oppressione e per trasformarlo in una canzone per la libertà? Il fatto che siano le donne a imbracciare le armi è sufficiente a farci rinunciare al pacifismo che abbiamo sostenuto di fronte all’invasione statunitense dell’Afghanistan, a farci riconoscere le ragioni della guerra? [Continua]


Mos Maiorum: antichi costumi e nuove libertà

di COORDINAMENTO MIGRANTI

Mos MaiorumA inaugurare il semestre di presidenza europea, l’Italia, dopo Mare Nostrum, si mette alla guida di una nuova operazione che dovrebbe rispondere al problema dell’immigrazione clandestina in Italia e in Europa. Lo fa di nuovo con un altisonante nome in latino, Mos Maiorum, che richiama il rigore della tradizione romana e gli antichi costumi di chi vorrebbe gestire le migrazioni come un fastidioso problema di ordine pubblico. Ecco allora l’Unione Europea mettere in campo una vasta operazione di polizia il cui intento dichiarato sarebbe quello di «indebolire i gruppi della criminalità organizzata che facilitano l’immigrazione illegale» e, in secondo luogo, di mappare le rotte dei migranti e «quindi» il modo di agire della rete criminale che gestisce il traffico di persone sul territorio europeo.

Tra il 13 e il 26 ottobre i migranti saranno così al centro di una perquisizione generale ai confini, negli aeroporti e nelle stazioni e su tutto il territorio europeo. Come sia possibile indebolire i gruppi criminali o tracciare le rotte dei trafficanti attraverso un imponente controllo di polizia, 18 mila agenti in tutto, resta un mistero. Tanto più se a subire  questa vera e propria caccia all’uomo sarà chi lotta ogni giorno e subisce i soprusi delle stesse reti criminali, oltre che la violenza dei confini europei, muore in mare, paga cifre enormi, solo per scegliere come vivere. Resta sempre un mistero come sia possibile stanare i gruppi criminali, che fanno profitti sulla pelle dei migranti e sono gestiti anche da italiani, facendo compilare ai migranti stessi formulari in cui dovrebbero riportare non solo le informazioni sulla loro età, genere e nazionalità, ma anche il punto d’accesso e le modalità del loro viaggio, i documenti falsi utilizzati, e i trasporti clandestini di cui hanno usufruito. Di fronte alle fin troppo «misteriose» politiche europee i migranti sanno bene che con ciò saranno schedati e, anche se non espulsi immediatamente, saranno registrati come una minaccia e la loro permanenza gestita attraverso politiche di controllo e reclusione, di sfruttamento e paura. È l’ennesima presa in giro. Non solo per i migranti ma anche per coloro a cui questa operazione mediatica è rivolta.

Non si tratta della prima operazione di «accertamento», quasi ogni presidenza ne ha lanciata una con l’intento di registrare sommariamente la situazione dei migranti sul territorio e produrre di conseguenza politiche appropriate. Le scorse operazioni hanno portato alla luce il fatto che la maggior parte degli irregolari fanno richiesta di asilo solo dopo essere stati intercettati e questo è stato definito un «abuso del diritto d’asilo». A dimostrazione della totale inadeguatezza delle politiche europee sull’immigrazione, questo tipo di indagine, se così può essere chiamata, viene quindi nei fatti utilizzata politicamente per scoraggiare ulteriormente la richiesta d’asilo che già i migranti evitano perché – secondo il protocollo di Dublino II –  li costringe a restare nel paese in cui hanno fatto richiesta, limitando la loro libertà di movimento in modo permanente.

Sembra inoltre evidente che questa ricerca a tutto campo, sulla quale s’investe come se l’Unione Europea non avesse altri mezzi per scoprire le rotte dei trafficanti, non è che un inventario dei migranti irregolari sul territorio diretto a una gestione razzista della mobilità da parte delle istituzioni italiane ed europee, secondo gli «antichi costumi».

L’equazione tra migrazione e criminalità è davvero un antico costume, proprio un vecchio vizio della gestione delle migrazioni mondiali. Veniamo quotidianamente sottoposti a una politica amministrativa razzista, ai confini, nelle questure, nei Cie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. Noi sappiamo però che migrazione è coraggio e libertà e che per loro non c’è confine o frontiera che tenga.

Download this article as an e-book


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: